Sin dall’inizio della pandemia da Covid-19, è stato chiaro che questa avrebbe avuto enormi ripercussioni di tipo economico e sociale, difficilmente risolvibili nel breve periodo. Dopo l’impatto iniziale devastante, l’intervento provvidenziale dei policy makers ha certamente scongiurato il collasso di intere economie o settori industriali, e la fine della prima ondata ha sicuramente ridato una boccata d’ossigeno vitale per moltissime imprese e settori in difficoltà. Mentre l’economia mondiale è entrata in recessione, il trimestre estivo ha permesso di mitigare l’ondata recessiva, compensando, ma solo in parte, quello che altrimenti sarebbe stato un collasso senza precedenti. Con la seconda ondata ormai in corso tuttavia, i timori per la ripresa si moltiplicano, rendendo lo scenario ancora più incerto rispetto a quanto preventivamente pronosticato. In questa sede, concentreremo la nostra analisi su tre settori che forse più di altri hanno risentito della crisi causata dalla pandemia, ossia il settore petrolifero, quello bancario e quello manifatturiero, consapevoli comunque delle grosse difficoltà che anche altri settori, ristorazione e intrattenimento in primis hanno dovuto e continuano a dover affrontare.

Come in tutte le crisi economiche che si rispettino, gli effetti della pandemia sul settore petrolifero non si sono fatti attendere. Secondo uno studio condotto dalla International Energy Agency, nei primi tre trimestri  del 2020 si è avuta una forte diminuzione nella domanda mensile globale di barili, con picchi di 29 milioni in meno ad aprile, – 26 milioni a maggio, – 15 a giugno, con i maggiori cali verificatisi nei paesi soggetti a misure di contenimento nel periodo (Europa e Stati Uniti). La situazione è poi migliorata nel corso dei mesi estivi, anche se il calo generalizzato della domanda si è trascinato anche nel trimestre luglio-settembre. Ovviamente, il calo della domanda ha avuto notevoli ripercussioni sull’andamento dei prezzi del greggio nel corso dell’anno, con un minimo record ad aprile, a cui è seguito un rimbalzo e una successiva stabilizzazione, anche grazie all’accordo OPEC di giugno per confermare il taglio della produzione fino al 2022.

Dove siamo oggi? Dopo la relativa calma dei mesi estivi la pandemia ha ripreso vigore, con contagi record nei mesi di settembre e ottobre che stanno portando a nuove restrizioni in giro per l’Europa e, con la vittoria di Biden in America, non è improbabile aspettarsi delle nuove restrizioni anche negli Stati Uniti. Inevitabilmente, la domanda di petrolio è prevista in calo anche nei prossimi mesi. A determinare l’entità del calo saranno i diversi scenari circa l’andamento della pandemia e il suo impatto sui drivers chiave della domanda di petrolio (aviazione, trasporti ecc.). Tuttavia, il mantenimento dei tagli alla produzione dovrebbe scongiurare scenari di eccesso di offerta vissuti durante i mesi drammatici della pandemia, anche se, data l’incertezza del momento, non è possibile escludere nuovi crolli nei prezzi o situazioni di backwardation[1] nella curva dei prezzi forward di Brent e Wti. 


[1] Backwardation: Situazione dove il Prezzo spot di una commodity è superiore ai prezzi forward per le scadenze future.

Come anticipato in apertura, la crisi da Covid-19 ha avuto un forte impatto anche sul settore bancario. Durante la prima fase di marzo-aprile, la BCE è arrivata in sostegno degli istituti bancari, comunicando importanti misure adottate dalle autorità di vigilanza nazionali e internazionali, per evitare che la situazione di difficoltà della clientela potesse portare delle conseguenze ampiamente negative sui bilanci delle banche.

Per alleviare l’impatto della pandemia sul settore bancario, il Comitato di Basilea e L’EBA hanno precisato che l’accesso a misure di moratoria e il ricorso a garanzie pubbliche da parte della clientela non avrebbero un effetto diretto sul deterioramento della qualità del credito, mentre Banca d’Italia ha introdotto misure temporanee che consentono di operare al di sotto di alcuni buffer di capitale e liquidità. I buffer di capitale ammontano a 4,0 punti percentuali in termini di CET1 ratio, per le banche italiane significative, e a 2,9 punti percentuali per le banche meno significative. Si è raccomandato a tutti gli istituti di congelare l’erogazione dei dividendi ed eventuali operazioni di buyback programmate fino al 1° Ottobre e, nel mese di luglio, la BCE avrebbe deciso di prorogare la sospensione delle cedole per tutto il 2020.

Inoltre, i CEO delle banche più significative sono stati chiamati a fare il prima possibile una valutazione dei crediti, per distinguere i crediti buoni da quelli a rischio.

Secondo le stime del primo Rapporto sulla stabilità finanziaria di Banca d’Italia di aprile 2020, lo shock macroeconomico dovuto alla pandemia potrebbe fortemente incrementare il tasso di deterioramento dei prestiti, che alla fine del 2019 era su livelli storicamente bassi. In particolare, emerge che per ogni caduta di un punto percentuale del PIL, il flusso dei nuovi crediti deteriorati tenderebbe ad aumentare di 2 decimi di punto percentuale per le imprese e di 1 per le famiglie, ceteris paribus.

L’aumento della volatilità sui mercati ha determinato un significativo incremento di rischi di mercato delle banche: nel primo trimestre il VaR relativo al banking e al trading book sarebbe salito del 55%. Le stime sembrano, invece, confortare sull’esposizione delle banche italiane al rischio di tasso di interesse, che rimane sotto controllo e inferiore alle soglie stabilite dalle Guidelines dell’EBA.

In conclusione, la crisi potrebbe produrre un forte indebolimento della redditività delle banche italiane. I dati indicano che l’indice ROE (return on equity) è diminuito dal 7,9 al 4,8 per cento per le principali banche europee quotate e dal 6,9 al 3,6 per cento per quelle italiane.

Dipendenti indossano mascherine e guanti protettivi a prevenzione della diffusione del Covid-19, durante il turno di lavoro, presso lo stabilimento industriale di packaging farmaceutico Eurpack di Aprilia, Roma. 21 aprile 2020 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il terzo ed ultimo step di questa analisi è dedicato al settore manifatturiero. Secondo una nota dell’Ufficio parlamentare di bilancio del 5 Agosto si rileva in Italia per il 2020 un calo del PIL del 10,4%. Incentrando l’analisi su prodotti tipici del Made in Italy, si osserva che a giugno 2020 le vendite al dettaglio si confermano in forte flessione per calzature, articoli in pelle e da viaggio con un decremento del -12,8% e per abbigliamento e pellicce, le quali registrano un -12,3%. In controtendenza, le vendite di mobili, di articoli tessili e di arredamento per la casa registrano un recupero del 10,4%. Prendendo come riferimento questi prodotti, il bilancio del quadrimestre marzo-giugno 2020 risulta negativo: le vendite avvenute in questi 4 mesi si dimezzano per calzature e articoli in pelle (-46,8%) e abbigliamento (-48,6%). Inoltre, risulta un decremento per le vendite dei mobili ed articoli tessili e di arredamento per la casa con – 37,8%. Tuttavia, a giugno la produzione manifatturiera ha avuto un incremento dell’8,8%. Nella media del secondo trimestre, il livello della produzione è diminuita del 19,4% rispetto ai tre mesi precedenti e, effettuando un confronto su base tendenziale con lo stesso mese di un anno prima, la produzione manifatturiera rimane inferiore del 14,7%.

Analizzando il contesto internazionale, l’Italia è il paese in cui da marzo a giugno la produzione è diminuita di più, con un calo del 27,8% e una perdita di valore della produzione di 89,4 miliardi di euro. La crisi da COVID-19 ha maggiormente penalizzato l’offerta delle imprese italiane. Infatti, tra i paesi Ue si tratta della performance peggiore: la produzione in Germania segna un calo del 19,1%, in Francia del 23,1% e in Spagna del 23,2%.

Inoltre, la crisi da COVID-19 ha contribuito a minare la validità del paradigma attuale. A tal proposito, Claudia D’arpizio, James Allen e Federica Levanto, Partners di Bain & Company hanno effettuato un’analisi sui fattori che renderanno efficace la “Firm of the Future”. L’azienda del futuro, quindi, dovrà essere insurgente, affiancare ruoli mission critical e manageriali e governare un ecosistema open-source di asset non proprietari.

Infine, l’azienda del futuro dovrà avere la capacità di gestire due business paralleli: il suo core business, dove è nata e dove può raggiungere miglioramenti incrementali, e un laboratorio di innovazione dal quale possa emergere il motore della crescita futura.

Silvia Scotto di Santolo – Vittoria Lasagna – Giovanni Giglione
Cattolica Global Marketers