Stiamo sicuramento vivendo un momento storico eccezionale. Dopo più di due mesi di lockdown che ha tenuto sotto scacco l’Italia insieme a buona parte dei paesi dell’emisfero nord (ma non solo), ci apprestiamo lentamente a ritornare a una pseudo-normalità. La crisi economica che stiamo iniziando a sperimentare e che ottimisticamente ci accompagnerà nei prossimi due anni, posto che chi vi scrive auspica non ci sia il bisogno di ulteriori misure restrittive, è tra le più gravi che il mondo moderno abbia mai visto, perlomeno dalla Grande Depressione. In ordine sparso alcuni dati: secondo uno studio Istat, la produzione industriale è prevista letteralmente in caduta libera nel mese di Marzo, con una riduzione del 28,4% rispetto a Febbraio e un calo nel trimestre Gennaio-Marzo di circa l’8,4% rispetto a quello precedente. La riduzione nel periodo di tempo considerato riguarda tutti i settori di attività economica, anche se i cali più marcati riguardano essenzialmente l’attività manifatturiera, con crolli del 60% come nel caso dell’industria automobilistica. Con riferimento al Prodotto Interno Lordo dell’area UE, il calo per il 2020 si attesta nell’ordine del 7,4%, mentre guardando all’Italia, la contrazione sarà ancora più marcata, con una flessione intorno al 9,5%, secondo le stime della Commissione Europea.

Concentrando la nostra analisi sull’impatto reale che il lockdown ha avuto con riguardo alle singole realtà produttive, una doverosa distinzione va fatta in merito ad aziende con differenti strutture di costo. Le imprese contraddistinte da una struttura di costo flessibile, ossia quelle caratterizzate da una preponderanza dei costi variabili sui costi fissi, hanno sicuramente retto meglio l’onda d’urto causata dallo stop alla produzione, potendo contare su una riduzione dei costi totali al diminuire delle quantità prodotte. Se consideriamo invece le aziende con una struttura di costo rigida, è facile intuire come siano le più penalizzate, dal momento che in presenza di una significativa riduzione dei ricavi queste faticano enormemente ad arrivare a Break-Even, poiché la riduzione della quantità prodotta e venduta non impatta in modo considerevole sull’ammontare dei costi totali, essendo questi dipendenti in maggior misura dai costi fissi piuttosto che da quelli variabili.

Con riferimento a quest’ultima categoria, è facile ipotizzare che molte di queste aziende andranno incontro a perdite consistenti nel trimestre appena trascorso e se consideriamo i cali fisiologici nei consumi interni e le altrettanto probabili riduzioni nell’export nei mesi a seguire, è chiaro che in assenza di un intervento esterno queste aziende rischiano di non sopravvivere, specialmente quelle la cui situazione finanziaria risultava precaria già prima della crisi.

In questo contesto il sostegno della mano pubblica diventa auspicabile, per non dire fondamentale, se erogato mediante contributi volti alla copertura dei costi fissi; lo è molto meno se attuato mediante la richiesta di erogazione del credito con politiche di concessione meno stringenti da parte delle banche con conseguente rischio che la crisi economica si ripercuota sui bilanci degli intermediari creditizi, i quali rischierebbero di riempirsi di NPL* che causerebbero problemi per la tenuta del sistema finanziario nel lungo periodo. In assenza di questo intervento, come poc’anzi accennato, le imprese registrerebbero pesanti perdite e in alcuni casi si troverebbero costrette a dover reintegrare (pena lo scioglimento) il capitale sociale minimo, anche se pare che si voglia procedere verso una deroga agli articoli del c.c. in materia di riduzione del capitale sociale. Un’iniziativa che sembra più un palliativo, perché così facendo si rischia di esacerbare una debolezza strutturale che da sempre contraddistingue le piccole-medie imprese italiane, ossia la sottocapitalizzazione e un conseguente elevato livello di leverage, che determina in ultima istanza un incremento del tasso di interesse richiesto sui titoli obbligazionari emessi o sui finanziamenti concessi dalla banca.
*NPL – crediti deteriorati – crediti delle banche che i debitori non riescono più a ripagare regolarmente o del tutto.

Se guardiamo al settore privato, un sostegno non indifferente alle imprese in crisi potrebbe arrivare dall’industria del Private Equity. Queste entità sociali funzionano come un normale fondo di investimento: raccolgono i capitali presso una platea di investitori e li reinvestono, ma al contrario di quanto avviene nei fondi comuni d’investimento che investono sui mercati, queste investono direttamente nell’equity di aziende non quotate ad alto potenziale di crescita, in modo da conseguire un rendimento positivo dall’investimento in un determinato arco temporale se l’impresa avrà di fatto aumentato il suo valore.

L’agevolazione mediante provvedimenti normativi ad hoc dell’intervento di questi soggetti in soccorso alle aziende in crisi potrebbe essere un valido alleato laddove l’intervento dello stato (per una pluralità di ragioni) non riesca ad arrivare. Il vantaggio derivante dall’intervento dei Fondi di Private equity è duplice: in primo luogo, si eviterebbe il ricorso al debito, con un progressivo deleveraging e un incremento dell’equity delle aziende, con il risultato di avere post-crisi un tessuto produttivo meno indebitato e più resiliente rispetto a shock esterni. In secondo luogo, si ridurrebbe il bisogno di risorse che il settore pubblico deve stanziare a sostegno del mondo produttivo, con conseguente disponibilità delle stesse da parte dello Stato per investire in settori strategici per il paese, quali infrastrutture, connettività, ricerca e istruzione, che come è noto potrebbero fare da volano alla crescita del Pil e alla conseguente sostenibilità del debito pubblico.

Riusciremo a fare di necessità virtù? Il dado è tratto, staremo a vedere.

Giovanni Gilione
Cattolica Global Markets